Panda integrato nell’algoritmo di base Google: cosa cambia per i siti web?

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Quando si parla di Google e dei suoi algoritmi, l’unica certezza è quella del cambiamento: nulla infatti è destinato a rimanere fermo e immutabile, visto che il più celebre dei motori di ricerca ci ha abituato a continue rivoluzioni piccole e grandi.

Gli algoritmi che si susseguono sono chiamati, come molti sanno, coi nomi di animali e Panda è stato il capostipite di questa sorta di “tradizione” di casa Google. Introdotto per la prima volta nel febbraio del 2011, Panda – il cui nome omaggiava l’ingegnere che l’aveva creato – aveva come obiettivo l’esclusione dalle SERP dei siti di bassa qualità.

Entrato ormai da anni a pieno regime, Panda ha fatto parlare di sé nelle ultime settimane perché Google ha scelto di integrarlo nel suo algoritmo di base di ranking. Mentre infatti all’epoca dei suoi esordi questo strumento filtrava i Moltitudine di pandarisultati forniti da Google a seguito di una ricerca da parte dell’utente, oggi Panda agisce in modo diretto durante la ricerca stessa.

Brevemente possiamo ricordare che l’algoritmo Panda può essere considerato come una sorta di misuratore della bontà dei siti web: valutando la loro autorevolezza e specificità, rappresenta un prezioso strumento ai fini del posizionamento visto l’incessante impegno profuso da Google per fornire risultati di qualità ai propri utenti.

Google non ha mai brillato particolarmente per trasparenza, quando si tratta di dare indicazioni su come funzionano i propri algoritmi: di conseguenza chi si occupa di SEO cerca di comprendere, attraverso analisi e specifici test, come agisca il motore di ricerca.

Anche se un discreto grado di incertezza rimane, su un punto in particolare gli esperti sono concordi. Secondo l’algoritmo Panda un sito internet deve proporre pagine curate in termini qualitativi: contenuti unici e informativi, quindi, che si pongono come obiettivo l’utilità reale per il consumatore – e non il voler generare traffico a tutti i costi. Panda perciò privilegia la qualità, e non la quantità fine a sé stessa.

Occorre poi prestare attenzione al bounce rate, cioè alla percentuale di visitatori che non appena sbarcano sul sito web indicato nella SERP lo abbandonano per tornare alla pagina dei risultati della ricerca: non si conosce esattamente se e come Google tenga in considerazione questo fattore, ma di sicuro bounce rate elevati e utenti che scappano a gambe levate significano che c’è qualcosa che non va (e che perciò occorre intervenire).

Non possiamo che concludere sottolineando, ancora una volta, l’importanza di rimanere continuamente aggiornati sulle evoluzioni di Google e dei suoi algoritmi, senza dimenticare la buona pratica della verifica periodica delle performance dei siti web attraverso gli appositi strumenti e tool.


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